Il riso nella storia

La storia del riso lomellino inizia sei secoli fa.

’400

Alla metà del Quattrocento il marchese di Mantova, Federico I Gonzaga, consegna diversi sacchi di riso arrivati dall’Oriente al duca di Milano Galeazzo Maria Sforza, promesso sposo di sua sorella Susanna (poi rimpiazzata da un’altra sorella, Dorotea). La prima e sicura documentazione della coltura del riso nella Pianura padana, però, è rappresentata da due lettere di Galeazzo Maria, che nel settembre 1475 invierà in dono al duca di Ferrara Ercole I d’Este dodici sacchi di riso coltivato nella tenuta di Villanova di Cassolnovo (allora Cassolo Vecchio). E nel 1490, non a caso, Beatrice, figlia di Ercole, preparerà per il marito Ludovico un dolce a base di riso, mandorle, canditi e acqua di rose. Tuttavia, sebbene la particolare conformazione del terreno, ricco di acque superficiali e poco profonde, si rivelasse subito adatta alla coltivazione del nuovo cereale, la diffusione delle risaie in Lomellina rimarrà limitata fino al Settecento, quando il riso conquisterà gradualmente terreno sia in Lomellina sia nelle limitrofe pianure vercellesi e novaresi, tutte comprese nel Regno di Sardegna.

’700 – ’800

Fra Sette e Ottocento gli agricoltori lomellini avviano una vasta opera di bonifica e di spianamento di zone perlopiù acquitrinose e ancora disseminate di dossi e avvallamenti. A metà Ottocento l’estensione della risicoltura viene perorata dall’agricoltore Camillo Benso conte di Cavour, promotore fra l’altro di un potenziamento dei sistemi d’irrigazione per garantire la sommersione delle risaie e proteggere le piantine di riso dalle forti escursioni termiche. Nello specifico, i terreni irrigui passano da 47.600 ettari del 1845 agli 82.400 del 1872. La monografia scritta nel 1882 da Enrico Pollini e inserita negli Atti della giunta per l’inchiesta agraria rappresenta una nitida istantanea del circondario di Mortara (o di Lomellina), da cui però è esclusa la bassa Lomellina nella fascia da Ferrera Erbognone a San Martino Siccomario. Nel 1873 i terreni a risaia occupano 22.000 ettari, che cinque anni dopo saliranno a 26.000: nel 1882 si registrano 27.400 ettari a “risone ricavato da terreni a vicenda” (con rotazione di frumento, mais e prato) e 3.800 ettari da terreni sortumosi (risaia stabile).

L’inesorabile avanzata della risaia in Lomellina comporta però una serie di conseguenze sul piano economico e sociale. «Più estendesi l’irrigazione, più vanno scomparendo i piccoli proprietari – scrive Pollini – Non è il mondo in cui è divisa la proprietà che influisce sul genere di coltura adottato, ma è il genere di coltura che influisce sulla divisione della proprietà in medie e grandi tenute poiché la coltura irrigua, a prato e a riso, mal si adatta ai piccoli possessi». In questo contesto, la figura dell’affittuario, o fittabile, che porta a termine le bonifiche e i livellamenti con l’obiettivo di aumentare i profitti, assume una fondamentale rilevanza. Sull’altro fronte c’è il proletariato rurale, diviso in braccianti avventizi, cioè reclutati alla giornata, e in salariati fissi, quasi sempre residenti nelle cascine: lo sviluppo della risicoltura condurrà a una rapida riduzione del numero dei salariati, che nel circondario di Mortara scendono da 35.500 del 1881 a 12.500 di vent’anni dopo. All’opposto i braccianti, categoria in cui ricadono le mondariso, salgono da 20.900 a 35.100.

’900

Proprio nel 1901 il movimento contadino dà inizio alla lunga stagione di scioperi e di rivendicazioni salariali che sarà stroncata solo nel 1921 dalle squadre d’azione fasciste. Nel 1901, dalla fine di marzo ai primi di luglio, 9.135 fra braccianti e salariati si astengono dal lavoro fondando le prime leghe di miglioramento e di resistenza che, l’anno successivo, daranno vita alla Federazione proletaria lomellina, con sede a Mortara. Il 3 maggio, nel municipio di Mortara, proprietari e fittabili si uniscono nella Federazione degli agricoltori lomellini, contraltare delle leghe contadine. Nel 1904 la Federazione proletaria, prima organizzazione sindacale in Italia, darà avvio alla battaglia per le otto ore di lavoro, obiettivo che sarà raggiunto nel 1919 per tutte le categorie di lavoratori locali e forestieri.

Le più aspre lotte sindacali fra le risaie lomelline si registreranno nel primo dopoguerra. Alla fine del 1918 gli iscritti alla Federazione proletaria sono 4.550, che nel luglio 1919 lieviteranno a 14.140, mentre l’Ufficio misto di collocamento di Mortara, nel periodo di monda del 1919, trova un’occupazione a 19.097 lavoratori lomellini e a 12.362 forestieri, ma maggio i lavoratori senza impiego sono ancora 5.000. Dopo una serie di scioperi, gli agricoltori sono costretti ad accettare l’imponibile di manodopera impegnandosi ad assumere un uomo ogni cento pertiche e una donna ogni duecento. Il 31 aprile 1920 un nuovo concordato fissa l’imponibile a 60 pertiche per un uomo e 165 pertiche per una donna. In autunno, con l’inedito e storico sciopero dei mungitori delle stalle, terminerà il cosiddetto biennio rosso: nel 1921 e nel 1922 le squadre d’azione fasciste guidate dal mortarese Cesare Forni distruggeranno leghe, cooperative e case del popolo azzerando il movimento contadino lomellino.

© Copyright 2022 | Crediti Fotografici: ®Mesturini & Morelli